# 3.1 Educazione, confini, lingua

Una caratteristica delle società moderne è che spesso assegnano una soluzione dei propri problemi sociali all’educazione, come possiamo osservare per quanto riguarda i numerosi programmi educativi esistenti, anche ‘semplicemente’ sotto forma di iniziative pubbliche o proposte didattiche promosse da associazioni ed enti locali, allo scopo di ‘combattere’ fenomeni come l’analfabetismo, l’abbandono scolastico, la disoccupazione, le dipendenze patologiche, il razzismo, le questioni di genere, la criminalità e altre problematiche di ordine sociale.

Un elemento in comune, tra le categorie di persone che potrebbero rientrare all’interno di queste dinamiche e definizioni, potrebbe essere il fatto che necessitino di un intervento educativo, della figura dell’educatore come ‘accompagnatore esperto’ e facilitatore, al fine di migliorare la propria condizione e integrarsi pienamente all’interno della comunità.

Nelle società di oggi, ciò è sempre più affermato nei programmi educativi destinati agli individui che di tali sistemi organizzati ancora non fanno parte a pieno titolo, nonostante ne facciano richiesta formale, come i richiedenti asilo e i rifugiati.

Tra le entità della triade sopracitata, la definizione dei confini – specialmente per quanto riguarda il tema delle migrazioni – è probabilmente quella più suscettibile di critiche e di essere messa in discussione. I confini non sono sempre stati apprezzati e subiscono anch’essi l’influenza delle ideologie connesse alla loro esistenza.

Come ben sappiamo dai libri di storia contemporanea che hanno descritto e raccontato copiosamente le dinamiche di paesi in conflitto, in diverse situazioni le linee di confine sono state definite a tavolino e spesso imposte da stati terzi. Percorrendo la linea temporale storica è stato documentato come i capi di stato non fossero d’accordo con i cambiamenti geografici dei confini nei rispettivi paesi, alimentando così situazioni di tensione che già andavano manifestandosi all’interno delle società civili. Molti, infatti, hanno contestato – pacificamente e non – il limite imposto dai confini, scegliendo così di non scendere a patti con la diplomazia. Queste condizioni hanno quindi indotto molti governi a intervenire con le maniere forti e utilizzare la repressione come strumento per ristabilire l’ordine.

I confini sono organismi vivi: nascono, crescono, si modificano e possono eventualmente scomparire. In molti casi, è possibile notare la loro porosità. Da frontiera a frontiera si ritrovano elementi in comune, parole che appartengono a una sponda come all’altra, tradizioni che si somigliano e persone che continuano a muoversi tra le loro linee, dimostrandone l’essenza effimera.

Per mantenere l’ordine entro i propri confini nazionali prestabiliti lo Stato deve anche tenere conto di queste varietà conviventi lasciando una certa autonomia e permettendo a chi vive in queste zone di essere libero di definirsi come meglio preferisce (e.g. le regioni a statuto speciale, per quanto riguarda l’Italia); di identificarsi, di parlare la lingua in cui ci si rappresenta senza comunque tralasciare quella maggiormente condivisa o, se si preferisce, dominante (e.g. molte zone di frontiera sono comunemente caratterizzate da situazioni di forte bilinguismo). Le persone sono così incoraggiate a comunicare tra loro, non tanto per ridefinire continuamente i rispettivi rapporti di forza e dominanza, quanto per il fine ultimo della comunicazione: lo scambio proficuo di informazioni, memorie e conoscenze. Questa panoramica è un’immagine utile per spiegare il contesto della classe di italiano multilingue.

A tal proposito, appunto, l’immagine del confine tra territori o, se preferiamo, della ‘frontiera’, può essere assunta come metafora visuale che ci aiuta nell’analizzare le implicazioni di un approccio a compartimenti stagni verso gli oggetti qui in esame, quali la lingua e le dimensioni strettamente connesse ad essa, come l’identità e la cultura. Considerare i confini delle identità, delle lingue e delle culture come entità solide e definite, lungi dal prevenire potenziali incomprensioni, può, anzi, rivelarsi una delle variabili all’origine di vere e proprie conflittualità.

Come nelle zone di frontiera, dove la scelta linguistica definisce le relazioni possibili tra gli individui, così nella classe di lingua tali scelte non solo definiscono le relazioni possibili tra l’insegnante e gli studenti, ma partecipano anche alla costruzione del gruppo classe come ‘comunità multilingue solidale’.

Non riconoscere la piena identità linguistica e culturale di un individuo e del suo connesso valore è assimilabile a ridurre la percezione delle capacità e delle potenzialità di una persona, specialmente all’interno dell’ambiente educativo. Il riconoscimento e l’accettazione della diversità linguistica e culturale in quanto risorsa, invece, attivano una serie di meccanismi virtuosi, i quali – si sostiene in questa sede – possono influire positivamente anche sull’acquisizione di una lingua seconda.
